Gli otto cugini e il cardo

Per Gli otto cugini di Louisa May Alcott ho voluto una copertina che raccontasse il romanzo attraverso i fiori, in perfetto stile flower-ed.

Il motivo dominante è il cardo, simbolo della Scozia e richiamo alle origini della famiglia Campbell, al centro della storia. Rose, rimasta orfana, entra in questa grande e vivace famiglia trovando finalmente un luogo a cui appartenere, una rete di affetti capace di accoglierla e di darle nuove radici.

Accanto ai cardi già aperti, compaiono boccioli e fiori in diversi stadi di crescita: un rimando alle diverse età dei personaggi e al percorso della protagonista, che tra le pagine del romanzo acquista via via forza, sicurezza, autonomia e consapevolezza di sé.

Brocche d’argento e fiori

Proseguiamo il nostro viaggio tra le copertine di flower-ed spiegando i significati di quella realizzata per Brocche d’argento di Louisa May Alcott. In questo caso, la copertina richiama il cuore simbolico del racconto attraverso l’alternanza di brocche e motivi floreali.

Le brocche d’argento sono naturalmente un riferimento al titolo, ma nella storia sono anche il distintivo scelto da Portia, Priscilla e Pauline per rappresentare la loro alleanza contro l’abuso di alcol. Oggetti legati tradizionalmente all’acqua, alla casa e all’ospitalità, si contrappongono simbolicamente alle bottiglie di alcolici e trasformano un elemento domestico in un segno pubblico di sobrietà, responsabilità e impegno morale. La presenza delle tre brocche richiama inoltre le tre protagoniste: diverse per carattere, ma unite dallo stesso proposito.

I fiori, che, come sapete, sono un elemento ricorrente nell’identità visiva di flower-ed, accompagnano la fermezza del messaggio con un senso di grazia e delicatezza. Riflettono il modo in cui le ragazze conducono la loro battaglia: non scelgono lo scontro aperto, quanto piuttosto l’esempio personale e l’influenza esercitata nel proprio ambiente con dolcezza e determinazione.

La palette tenue, il fondo color panna e il tratto dal gusto ottocentesco restituiscono infine l’atmosfera dell’epoca. Dietro il tono apparentemente leggero si nasconde però un tema profondo: la capacità delle donne di trasformare un simbolo della quotidianità in uno strumento di cambiamento sociale.

“Gli otto cugini” di Louisa May Alcott: il tempo del germoglio

Tra i romanzi di Louisa May Alcott, Gli otto cugini occupa un posto speciale. Amatissimo da generazioni di lettrici e lettori, racconta la crescita di Rose Campbell, una ragazza rimasta orfana che viene accolta nella vasta famiglia paterna, composta da prozie, zie, zii e cugini. La condizione iniziale di Rose è significativa. Nell’immaginario letterario ottocentesco, la figura dell’orfana ricorre spesso: è una creatura fragile, esposta alle decisioni di adulti che, ovviamente, non sono i suoi genitori e introdotta in un ambiente familiare che deve imparare a conoscere. Come molte eroine bambine della letteratura, Rose si trova in una posizione di vulnerabilità. È pallida, delicata, malinconica, cresciuta tra troppe premure e troppi divieti. Proprio questa fragilità iniziale permette ad Alcott di costruire un percorso di trasformazione. Il romanzo, infatti, racconta soprattutto il ritorno di Rose alla vita.

Al centro di questo processo si colloca la figura dello zio Alec, nominato tutore della nipote. È uno dei personaggi più interessanti del romanzo, perché rappresenta una forma di autorità diversa da quella convenzionale. È un uomo, un medico, un viaggiatore, ma soprattutto un educatore capace di guardare Rose come una persona da aiutare a crescere secondo la propria natura, senza reprimere la sua personalità entro un modello prestabilito. La sua pedagogia è sorprendentemente moderna: aria aperta, movimento, alimentazione sana, abiti comodi, libertà fisica, istruzione e fiducia in se stessa.

In tutto questo si sente molto il clima della cultura riformatrice americana dell’Ottocento, attenta ai temi della salute, dell’igiene, dell’educazione fisica e della critica alle abitudini considerate dannose. Il romanzo mette in discussione molti elementi della vita femminile del tempo: i corsetti, gli abiti ingombranti, le scarpe scomode, la sedentarietà, l’idea che una ragazza dovesse prima di tutto apparire composta e graziosa.

Il conflitto intorno all’educazione di Rose emerge soprattutto attraverso le figure femminili della famiglia. Le prozie e le zie sono donne del loro tempo: hanno interiorizzato un modello di femminilità fatto di decoro, apparenza, sacrificio di sé. Alcune sono affettuose, altre invadenti, ma tutte contribuiscono a mostrare quanto la formazione di una giovane donna sia il risultato di pressioni molteplici, spesso tramandate dalle donne stesse all’interno della famiglia.

La casa è dunque il primo luogo in cui si decide il destino di Rose. Da una parte c’è lo zio Alec, con la sua idea di crescita sana e libera; dall’altra ci sono le zie, custodi di abitudini e timori che rischiano di trattenere Rose nell’immagine della bambina fragile.

Tra queste figure, quella della zia Myra è per me una delle più memorabili. Alcott la tratteggia con una vena a tratti caricaturale: vedova funerea, ipocondriaca, sempre pronta a evocare malattie, presagi e lutti. Fa sorridere, perché porta con sé un’atmosfera cupa e teatrale, come se ogni evento della vita quotidiana dovesse essere letto alla luce di una possibile disgrazia. Dove gli altri vedono una ragazza da educare e crescere, Myra vede in Rose una creatura minacciata dalla malattia e con scarse possibilità di sopravvivenza.

Eppure Myra non è una macchietta. La sua presenza introduce nel romanzo un tema più amaro: quell’affetto che, se dominato dalla paura, rischia di schiacciare la ragazza precludendole la vita. Ancora più significativa è l’allusione alla figlia Caroline, che sarebbe stata condotta alla morte dagli eccessivi esperimenti terapeutici della madre. Questo aspetto risuona in modo particolare se lo si legge alla luce della vita della stessa Alcott. Durante la Guerra Civile, mentre prestava servizio come infermiera, fu curata con un composto a base di mercurio che ebbe delle terribili conseguenze sulla sua salute.

Il titolo del romanzo, tuttavia, richiama anche un’altra presenza fondamentale, quella dei cugini. Rose, cresciuta in modo appartato, si ritrova improvvisamente circondata da ragazzi rumorosi, affettuosi, impulsivi, competitivi e pieni di energia. Attraverso di loro entra in un mondo nuovo, molto diverso da quello tradizionalmente riservato alle ragazze. I cugini rappresentano per Rose una forma di socialità più libera. Con loro scopre le corse, gli scherzi, i giochi, le piccole avventure, le rivalità e le alleanze. Il confronto con il mondo maschile è importante perché mette in evidenza la differenza tra l’educazione dei ragazzi e quella delle ragazze nell’Ottocento. Ai ragazzi è concesso muoversi, esplorare, sperimentare; alle ragazze, molto più spesso, viene chiesto di controllarsi, apparire composte, non esporsi troppo. Alcott non elimina del tutto le distinzioni di genere del suo tempo né propone una cancellazione dei ruoli maschili e femminili (ricordiamo quanto lo zio Alec veda di buon occhio il lavoro in cucina e le faccende domestiche), piuttosto, mostra quanto una ragazza possa trarre beneficio da una maggiore libertà fisica, morale e intellettuale.

La grande famiglia Campbell dà al romanzo una vivacità teatrale. Le scene domestiche sembrano spesso animate da ingressi e uscite di personaggi ben caratterizzati. A questa vitalità si aggiungono la musica, le danze scozzesi, le canzoni tradizionali, elementi che richiamano le origini familiari e contribuiscono a creare un’atmosfera calda, corale e festosa. Nei Campbell si avverte il senso del clan, dell’appartenenza familiare. Rose entra così in una rete di legami, in una storia collettiva. Per una ragazza orfana, questo è fondamentale. La famiglia, che inizialmente teme, diventa il luogo in cui ritrova le sue radici, gli affetti e in cui costruisce la propria identità.

Ho intitolato la mia introduzione “Il tempo del germoglio”, perché mi sembra che questa immagine racchiuda bene il senso del romanzo. Rose non è ancora nel momento della piena fioritura: quella fase arriverà nel seguito, Rose in fiore, in cui la protagonista sarà accompagnata verso l’età adulta. In Gli otto cugini, invece, Alcott racconta la preparazione, la cura, il lento rafforzamento. È questa, forse, una delle lezioni più belle del romanzo. In un tempo come il nostro, in cui tutto è misurato come una “prestazione”, in cui ci viene chiesto di essere veloci e performanti, Alcott ci ricorda che formarsi come persone significa nutrire corpo e mente con intelligenza e pazienza, senza forzare la propria natura per uniformarsi alle aspettative degli altri. Uno spunto di riflessione molto utile e attuale.

La mia cara Beth

Il 14 marzo 1858 Louisa May Alcott visse un momento molto doloroso, quello della morte dell’amata sorella Elizabeth. Il personaggio di Beth in Piccole donne e Piccole donne crescono è tragicamente ispirato a lei. Ho voluto tradurre per voi quel che Louisa scrisse sul suo diario quel giorno.

“La mia cara Beth è morta alle tre di questa mattina, dopo due anni di paziente sofferenza. La scorsa settimana mise via il suo cucito, dicendo che l’ago era “troppo pesante”, e, dopo averci donato i pochi oggetti che possedeva, si preparò al distacco nel suo modo semplice e silenzioso. Per due giorni soffrì molto, chiedendo dell’etere, benché non le facesse più effetto. Martedì giacque tra le braccia di papà e ci chiamò intorno a sé, sorridendo con serenità mentre diceva: «Tutti qui!» Credo che ci abbia dato il suo addio allora, mentre ci teneva le mani e ci baciava con tenerezza. Sabato dormì e a mezzanotte perse conoscenza, respirando quietamente fino alle tre, mentre la vita si spegneva; poi, con un ultimo sguardo dei suoi begli occhi, se ne andò.

Accadde una cosa curiosa, e la racconto qui, perché il dottor G. disse che era un fatto reale. Pochi istanti dopo l’ultimo respiro, mentre la mamma e io sedevamo in silenzio a guardare l’ombra calare su quel caro piccolo volto, vidi una lieve nebbia levarsi dal corpo, salire e dissolversi nell’aria. Gli occhi della mamma seguirono i miei, e quando dissi: «Che cosa avete visto?» descrisse la stessa lieve nebbia. Il dottor G. disse che era la vita che si allontanava visibilmente.

Per l’ultima volta la vestimmo con la sua solita cuffia e la veste, e la adagiammo sul letto, finalmente in pace. Quanto aveva sofferto si vedeva dal volto; a ventitré anni pareva una donna di quaranta, tanto era consumata e senza più i suoi bei capelli.

Il lunedì il dottor Huntington officiò il rito nella Cappella e noi cantammo il suo inno preferito. Mr. Emerson, Henry Thoreau, Sanborn e John Pratt la portarono dalla vecchia casa alla nuova, a Sleepy Hollow, scelta da lei stessa. Così giunge la prima frattura, e ora so che cosa significhi questa morte: per lei una liberazione, per noi un insegnamento”.

Scarlatto, il colore dell’impegno civile e della libertà

Pubblicato per la prima volta nel 1869 sul periodico “Putnam’s Magazine” e poi ristampato nella raccolta Silver Pitchers nel 1876 da Roberts Brothers di Boston – lo stesso editore che nel ’68 aveva pubblicato Piccole donneCalze scarlatte di Louisa May Alcott rappresenta il volume n. 30 della collana Five Yards, dedicata alla narrativa inglese e americana.

Per la copertina di questa mia nuova traduzione, ho scelto un motivo floreale in cui spiccano dei petali di colore scarlatto. Il colore rimanda al titolo dell’opera ed è anche simbolo di vivacità e anticonformismo, in un senso molto caro all’autrice: un’operosità volta a fare di tutto per migliorare se stessi e il mondo.

La storia, ambientata sullo sfondo della Guerra Civile Americana, narra di Harry Lennox, un ragazzo che torna nella sua cittadina natale per trascorrere del tempo con la sorella Kate dopo aver passato un lungo periodo in Europa. Di famiglia benestante, sembra sempre pigro e annoiato, soprattutto in quella piccola città dove non ci sono grandi occasioni sociali.

Affacciandosi alla finestra, gli capita, però, di vedere passare un paio di calze scarlatte, che si intravedono all’altezza delle caviglie di una ragazza. Lei si chiama Belle Morgan, è amica di Kate e sembra sempre indaffarata e impegnata in qualche attività. Belle, sempre occupata ad aiutare le famiglie povere e a sostenere attivamente il Nord durante la Guerra Civile, sarà di grande ispirazione per Lennox che, grazie a lei, cambierà il proprio stile di vita.

Il valore del contributo personale alla causa collettiva era per Alcott un tema molto sentito, che concretizzò durante la Guerra offrendosi come infermiera volontaria. L’azione concreta dell’individuo è per lei parte di una lotta più ampia per la giustizia e la libertà.

Come nota argutamente Romina Angelici nella Prefazione, il titolo Calze scarlatte fa tornare alla memoria il Circolo delle calze blu che, nell’Europa del Settecento, sosteneva l’emancipazione della donna. Alcott sembra voler mettere a confronto il clima salottiero di quell’esperienza con quello più attivo e pratico americano. Questo contrasto tra Europa e America è visibile anche nel personaggio di Lennox che è per metà inglese e per metà americano, per metà della storia pigro e annoiato e per l’altra metà attivo e volenteroso.

Il messaggio educativo e morale che Alcott intendeva affidare a questa storia è interessante, ma lo è ancor di più lo sguardo che ci offre sul passato (sulla Guerra Civile Americana) e anche sul presente. La divisione tra Nord e Sud non si è mai sanata del tutto e una linea invisibile separa ancora due visioni molto diverse. Leggere le opere di Alcott ci permette quindi di conoscere le radici storiche della realtà in cui viviamo e comprenderla meglio.

Nel mio lavoro di ricerca letteraria, continuerò a occuparmi di Louisa May Alcott, a studiarla, tradurla e pubblicarla. Le sue opere parlano di argomenti difficili come la povertà e la guerra, ma anche della capacità delle persone di rialzarsi e di sperare; del valore delle piccole cose e della possibilità di affrontare le difficoltà quotidiane, ma anche del ruolo della donna nella società e di libertà da conquistare.

E poi, in ogni sua pagina, c’è un invito sottile alla ribellione: come quello rappresentato da un paio di calze scarlatte che percorrono di buon passo la strada.